XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Isaia 55,10-11: La parola efficace come la pioggia e la neve
L’efficacia della Parola di Dio non è automatica; però essa avviene, accade sulla terra, crea l’evento della fede e la risposta umana dell’obbedienza. C’è un’efficacia periodica dell’acqua; bisogna che ci sia a periodi e con misura. Se trapassa la misura diventa alluvione e se non smette più cancella veramente la vita e si avrebbe un mondo diverso senza più gli umani. In questa periodicità c’è una saggezza profonda, che si può anch’essa applicare alla Parola. C’è poi un’efficacia eterna della neve, che fa da sorgente per l’acqua. Applicata alla Parola si può forse pensare alla Scrittura, che è il deposito da dove sempre di nuovo si deve far scaturire la Parola da annunciare, perché plachi la sete delle nostre anime. Bisogna scaldarla, allora diventa buona acqua da bere che non finisce mai.
Romani 8,18-23: Gemiamo interiormente
Lo Spirito non è parola. È il soffio di Dio. Se il gemito dello Spirito è intraducibile nella nostra lingua di uomini, è perché egli riprende la preghiera del “Primogenito”. Quando Dio esplora il nostro cuore, è questa preghiera che desidera trovare, sotto forma di gemito, di grido o di mormorio, perché questa preghiera soffiata dallo Spirito Santo viene sempre prima del disegno di Dio. Siamo conformi all’immagine del Figlio quando lasciamo lo Spirito riprendere in noi la sua preghiera. Questo non a livello emozionale, ma a livello della fede viva, al livello della consacrazione di tutto il nostro essere, a livello quotidiano della fedeltà e dell’amore. Ovunque geme lo Spirito, Dio sente il grido di un figlio o di una figlia, e sveglia in noi la certezza di essere amati, scelti, consacrati, inviati.
Matteo 13, 1-23: Mentre seminava una parte cadde…
Il variare di tanti terreni dice che l’unica cosa che rimane è la Parola. Perché è frutto di un atto definitivo. E l’atto definitivo è rappresentato dal fatto che il seminatore esce a seminare. I vari ambienti dove viviamo, le situazioni e le persone diverse dicono sostanzialmente che la cosa che rimane, è la Parola, perché è frutto di un atto definitivo. C’è, nell’uscita del seminatore, tutto il mistero di una Parola che si fa carne e l’annuncio della Parola porta sempre con sé la necessità dell’uscita. La Parola giunge a tutti. È una Parola che non disdegna i luoghi aridi o definiti tali e la varietà dei luoghi in cui essa viene seminata. L’unica cosa certa è questa Parola, ed è certa in virtù dell’uscita del seminatore.
.Una Parola per tutti
Come il seminatore non fa distinzioni nella terra su cui lavora, ma getta semplicemente ovunque, così Cristo, predicando non distingue il ricco, il povero, il sapiente, l’ignorante, l’uomo pieno di fervore, il pigro, il coraggioso e il vile, ma parla a tutti indistintamente
Caratterizziamo questa domenica
Difficilmente noi facciamo riferimento alla Parola come a qualcosa che si vede, come a una Persona; noi pensiamo alla Parola solo come a qualcosa che si ascolta. In realtà qui si parla della Parola come di qualcosa che si vede, come una vicenda che ci prende e che assume totalmente il nostro essere e i nostri sensi e che ci inserisce in una storia e in un desiderio che i giusti e i profeti hanno avuto, quello di ‘vedere’ e ‘ascoltare’ ciò che di fatto noi vediamo e ascoltiamo. È bello che l’ascolto e il vedere la Parola sia il criterio di continuità presente all’interno del popolo, di Israele prima e della Chiesa dopo. E questa continuità è data proprio dal vedere e ascoltare la Parola.
Per il confronto personale o in gruppo
- In te la Parola è come acqua e neve?
- Il tuo gemere fa nascere la preghiera vera?
- Sei terreno pronto per accogliere la Parola?
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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sapienza 12,13.16-19: Ci governi con molta indulgenza
In questo brano l’autore presenta Dio non come il giudice che, alla fine dei tempi, decide il destino eterno degli esseri umani, ma come un governante saggio che esercita il suo potere per il bene del suo popolo. Nel governo del mondo Dio manifesta senza dubbio la sua potenza, ma diversamente da quanto fanno i potenti di questo mondo, la mette al servizio della giustizia e del bene di tutti. La scelta di Israele come popolo eletto non gli impedisce di prendersi cura di tutta l’umanità. La sua giustizia consiste certamente nel premiare i buoni e nel punire i cattivi. Ma Dio non esaurisce in questo il governo del mondo, perché anche ai cattivi manifesta la sua benevolenza, lasciando loro tempo affinché possano convertirsi. L’autore vuole dimostrare che in Dio benevolenza e giustizia si armonizzano in modo spesso incomprensibile alla mente umana.
Romani 8,26-27: Lo Spirito intercede
Lo Spirito prega il Padre. Il pregare consiste nel bussare alla porta di Dio e invocarlo con insistente e devoto ardore del cuore. Il dovere della preghiera si adempie meglio con i gemiti che con le parole, più con le lacrime che con i discorsi. Dio infatti pone davanti al suo cospetto le nostre lacrime (sal 55,9) e il nostro gemito non rimane nascosto a lui che tutto ha creato per mezzo del suo Verbo. Gesù stesso ci insegna a esprimere i nostri bisogni, non tanto però con la moltiplicazione delle parole, bensì con una modalità che esprima il gemito del credente. La preghiera di richiesta deve partire dal cuore, non va fatta superficialmente, deve essere un gemito, un desiderio profondo. Gemere significa anelare a qualcosa di cui si ha estremo bisogno.
Matteo 13, 24-43: Il regno dei cieli è simile
Il Regno dei cieli si può paragonare; il Regno dei cieli si prende la libertà di paragonarsi all’uomo che ha seminato del buon seme, a un granello di senapa, al lievito. Il Regno dei cieli dunque si può paragonare. Questo dice la docilità del Regno alle condizioni alle quali viene paragonato. Qui, forse più che da altre parti, c’è l’identificazione tra il Regno dei cieli e Gesù stesso. Vivere la realtà del Regno è rendere possibile il fatto che la vita di ciascuno possa essere manifestazione del Regno dei cieli. Questo discorso può essere fatto per tutte e tre le parabole: la zizzania, il granello di senapa e il lievito. Dove, dell’una si dice la necessità della pazienza, e del saper convivere con il male fino alla venuta del Signore, dell’altra si dice la piccolezza e il nascondimento.
Illuminati da Gesù
Diventiamo anche noi familiari di Gesù, perché, come i suoi discepoli, lo seguiamo quando entra in casa sua, ci avviciniamo a lui per interrogarlo sulla spiegazione delle parabole, che si tratti di quella della zizzania nel campo o di un’altra.
Caratterizziamo questa domenica
L’evento di Gesù, e ancora oggi il vangelo nel mondo, può sembrare piccola cosa, ma questo non deve turbarci. Non bisogna lasciarsi sedurre dalla grandezza, né farsi abbattere dalla piccolezza. La forza del vangelo è diversa da quella del mondo: diversa perché nascosta, mentre la potenza mondana si ostenta; diversa perché straordinaria, al di sopra di qualsiasi possibilità che il mondo possa vantare.
Stupisce, nella spiegazione della parabola della zizzania, il titolo che viene dato al seminatore: Figlio dell’uomo. Assegnare il titolo di Figlio dell’uomo al Signore in questa parabola vuole dire che di fatto la pazienza non è solo il saper attendere; fa parte dell’attesa che tutto sia ricapitolato in Gesù.
Per il confronto personale o in gruppo
- Perché è indulgente l’azione di Dio?
- Sei insistente con la tua preghiera?
- Come vedi attualmente il regno dei cieli?
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XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
1Re 3,5-7.12: Chiedimi ciò che devo concederti
Salomone prende consapevolezza di essere solo un ragazzo e riconosce che Dio lo ha fatto regnare al posto di suo padre. Riconosce che non sa regolarsi con un popolo così grande. Chiede dunque un cuore docile, che sappia “ascoltare”, che possa distinguere il bene dal male. A Dio è piaciuto molto che Salomone sia stato così vero, onesto e umile. Questo dono lo abbiamo anche noi, si chiama sapienza, non la si conosce sui libri, ma lasciando crescere in noi quest’amore, e come retrogusto lascia la gioia. Non siamo sulla sfera del razionale, è la sfera dove il divino si cala nell’umano e lascia qualcosa di sé. Lo possiamo esperimentare tutti, basta esserne attenti e riconoscere che non ci siamo dati la vita. In noi c’è una vita sempre da scoprire. Relazionandola agli altri e donandola.
Romani 8,28-30: Siamo chiamati e predestinati
Il tratto di vita che precede la nostra apparizione nel mondo sta nel cuore e nella mente di Dio: è propriamente la fase di progettazione. Due verbi la qualificano conosciuti e predestinati. Conosciuti significa che ogni uomo è voluto, sognato come risultato di una premura e di progetto personalizzato. L’immagine primordiale biblica è quella del vasaio, che non fa mai vasi in serie, ma ognuno è un capolavoro nuovo e originale. Su quello stampo, come prolungamento di Lui sono stati creati tutti gli uomini. Da unigenito il Figlio di Dio è diventato “primogenito di molti fratelli. Quello che Gesù è per natura, noi lo diventiamo per dono gratuito. Dio ci ha impresso qualcosa di sé, ha impastato l’uomo con qualcosa di divino che non possiamo più rinnegare.
Matteo 13, 44-52: Un uomo trova e nasconde
Non è la prima volta che Gesù sottolinea che per entrare nel Regno si richiede un distacco totale. Il distacco per la sequela era già detto con molta chiarezza nel racconto della chiamata dei primi discepoli. Le due parabole, dunque, illustrano un primo aspetto della conversione e della sequela: il distacco. Ma c’è un secondo aspetto ancora più importante: l’aver trovato un tesoro o una perla. Il distacco scaturisce dall’aver trovato. Il motivo che spinge il discepolo a lasciare, è la gioia di aver trovato. Il Regno di Dio è esigente, ma trovarlo è il centuplo. Il vero cristiano, quando parla della sua conversione, non dice: ‘ho lasciato’, ma dice: ‘ho trovato’. I veri protagonisti delle due parabole, allora, sono il tesoro e la perla che si impadroniscono dei due uomini.
Il Regno viene
La realizzazione del regno di Dio appartiene al futuro, ma condiziona il presente dell’uomo. Se accogliamo con fede – e quindi con umiltà e obbedienza – l’invito alla conversione ci poniamo già nell’orbita del Regno che giunge anche senza la cooperazione umana.
Caratterizziamo questa domenica
Con la parabola del tesoro, Gesù mostra le ricchezze della nostra speranza riposte in lui. Infatti, Dio è stato trovato in un uomo, per comprare il quale devono essere vendute tutte le ricchezze di questo mondo. Così ci acquisteremo le ricchezze eterne del tesoro celeste dando un vestito, del cibo e dell’acqua a coloro che ne hanno bisogno. Ma bisogna osservare che il tesoro è stato trovato e nascosto, mentre certamente colui che lo ha trovato avrebbe potuto portarlo via, e portandolo via avrebbe potuto evitare la necessità di comperarlo pagando il campo. Ma il tesoro è stato nascosto perché doveva essere comperato anche il campo. Col tesoro nel campo, si intende il Cristo incarnato che viene trovato gratuitamente.
Per il confronto personale o in gruppo
- Cosa di divino senti in te?
- Ti senti immagine e impronta di Cristo Gesù?
- Cosa genera in te gioia verso il Regno?
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XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Isaia 55,1-3: O voi tutti assetati venite all’acqua
Il profeta ha concentrato nel momento del ritorno dall’esilio la realizzazione della speranza di Israele. Nella conclusione dei suoi oracoli presenta ancora una volta questo evento straordinario come il pieno compimento delle promesse fatte da Dio al suo popolo. In esso si realizzano i grandi simboli della salvezza, che ruotano intorno al tema dell’alleanza. Gli eventi del Sinai appaiono ormai come realtà passate, semplici prefigurazioni dell’alleanza escatologica la cui caratteristica è quella di essere eterna. Dio si impegna ormai in modo pieno e definitivo per il popolo, basando la sua azione salvifica soltanto sulla sua volontà e potenza. Il contributo del popolo sarà pur sempre necessario, ma esso si attuerà ormai spontaneamente, in forza dell’azione potente e gratuita di Dio.
Romani 8,35. 37-39: Niente ci separerà da Dio
L’essere cristiani non attenua il morso della sofferenza, ma dà la forza di non soccombere, mantenendo intatta la propria sicurezza e dignità. Infine la professione di fede elimina la paura nei confronti di realtà imponderabili e potenti, identificate nella mentalità popolare con entità spirituali superiori che condizionano l’esistenza umana. In questa categoria rientrano morte e vita, angeli e demoni, il fato, il destino. Queste realtà non possono esercitare il loro influsso negativo sui credenti. A costoro si prospetta un’esistenza caratterizzata dalla fiducia e dalla pace, che rappresentano l’anticipazione nell’oggi di quella realtà escatologica che la fede prospetta come coronamento di una vita dedicata a Dio.
Matteo 14, 13-21: Congeda la folla
I discepoli non hanno colto la necessità di rimanere in quel luogo deserto. Per Gesù il deserto è il luogo dell’Alleanza in cui Lui rinnova la sua fedeltà al Padre. Nel deserto si può trovare cibo. Non è il luogo in cui congedarsi dalla folla, anzi, è lì che Dio nutre il suo popolo. Congedare vorrebbe dire: sì, è stato bello, ma adesso è ora che loro se ne tornino a casa. Credo che si possa vivere questa dimensione in tutti i luoghi deserti nei quali si costringono i fratelli a vivere: i campi sosta degli zingari, l’ospedale psichiatrico giudiziario, le carceri, gli ospedali nei quali i malati rimangono soli, le strutture per anziani. Sono luoghi deserti, che rendiamo deserti. I luoghi in cui si condivide sono i luoghi in cui si condivide tutto.
La carità fa crescere
Chi vive da solo non ha nessuno che giudica la sua condotta e ben presto penserà di essere arrivato alla perfezione della legge. Conservano le sue capacità sempre inattive, non potrà constatare se compie progressi nelle sue azioni, perché gli verrà meno l’occasione di praticare i comandamenti.
Caratterizziamo questa domenica
Il Signore ci invita a dare noi stessi, la nostra vita, tutto ciò che è più propriamente nostro, nella consapevolezza che è poca cosa rispetto alla fame della folla. Eppure l’offerta di noi stessi, sempre inadeguata di fronte ai tanti bisogni, raccolta nelle mani del Signore viene trasformata in abbondanza e viene ridistribuita affinché tutti siano saziati e si raccolgono gli avanzi. La nostra offerta diventa in Gesù oggetto di condivisione, di distribuzione a tutti, diventa capace di saziare la fame della folla ed essere sovrabbondante. La nostra vita si fa pane offerto perché qualcun altro ne mangi e possa vivere. La nostra vita diventa offerta per dare la vita agli altri.
Per il confronto personale o in gruppo
- Vivi il compimento delle promesse di Dio?
- Davvero niente ci può separare da Dio?
- Sai condividere tutto, o tanto di te?
Rinaldo Paganelli
