ESSERE ANNUNCIATORI CREATIVI OGGI

Ad Asolo, nella quiete sospesa della Casa di Spiritualità Santa Dorotea, nel weekend tra il primo e il tre maggio, si è svolto un momento formativo dal titolo “Catechisti al limite”.
I partecipanti all’incontro sono arrivati uno alla volta, con il passo di chi porta nello zaino domande, fatiche, desideri di senso. Nessuno immaginava che quei tre giorni avrebbero aperto crepe nuove, e proprio attraverso quelle crepe sarebbe filtrata una luce inattesa
La prima immagine proposta è stata semplice e disarmante: «Non si accende una lampada per metterla sotto il moggio». Una frase conosciuta, quasi scontata, eppure capace di scardinare qualcosa. Perché quella lampada, hanno detto i relatori, non è la nostra forza, ma il nostro limite. È lì che la luce si posa, non altrove. È lì che Dio sceglie di abitare.
Da subito è apparso chiaro che il tema del limite non sarebbe stato trattato come un ostacolo da superare, ma come un luogo da abitare. Le parole chiave: custodia, volto, confine, mancanza, solitudine, silenzio, non sono state presentate come problemi da risolvere, bensì come materia viva, fragile e preziosa, da maneggiare con cura. In un mondo che sogna l’abolizione dei limiti, che promette immortalità, potenziamento, prestazioni senza fine, qui si è scelto un altro verbo: sostare.
Sostare nel limite, ascoltarlo, lasciarlo parlare.
Un cambio di sguardo che ha attraversato tutto il percorso.
Ci è stato ricordato che la parola “limite” ha due radici: limes, la frontiera che separa, e limen, la soglia che apre. È in questa ambivalenza che si gioca la vita spirituale: ogni limite può diventare muro o passaggio, chiusura o incontro. Dipende da come lo guardiamo, da come lo lasciamo lavorare dentro di noi.
La riflessione si è poi allargata ai tre grandi limiti dell’esistenza: quello umano, fatto di fragilità e fallimenti; quello esistenziale, segnato da morte, paura, solitudine; quello storico, che prende la forma delle crisi personali e sociali. In ciascuno di essi, è stato detto, Dio non fugge: entra. La debolezza non è un incidente, ma un luogo teologico, un terreno dove la grazia può germogliare.
E proprio mentre ci si confrontava a guardare il limite come soglia, è risuonata un’altra parola, questa volta dal Vangelo di Matteo: «Voi siete la luce del mondo». Non un imperativo, ma una dichiarazione. Non un compito, ma un’identità.
La luce non è qualcosa che dobbiamo produrre: è ciò che siamo, per grazia.
Da qui è iniziato un secondo movimento: riconoscere i limiti della vita pastorale.
Le comunità portano ferite reali: presbiteri che invecchiano, energie che diminuiscono, cammini di fede che non sempre intercettano le domande dei giovani, liturgie che respirano stanchezza, collaboratori che si spendono fino all’osso.
Eppure, proprio lì, nella fragilità condivisa, può nascere una nuova forma di fraternità.
Il limite, se accolto, diventa collante. Diventa fraternità. Diventa possibilità di una “Chiesa della gioia”.
Il percorso ha poi smascherato una tentazione sottile: la performance pastorale.
Viviamo in un tempo che misura tutto: presenze, numeri, risultati.
E spesso, senza accorgercene, anche la vita della comunità finisce sotto questa lente.
Si contano le sedie occupate, gli iscritti, le offerte, i sacramenti.
Ma il Vangelo non si misura così.
Questa corsa all’efficienza genera ansia, senso di inadeguatezza, paura di sbagliare.
Si continua a fare ciò che “si è sempre fatto”, anche quando non funziona più, perché il fallimento sembra intollerabile.
Il limite, invece, apre a un’altra logica:
alla serenità del piccolo,
al coraggio di rischiare,
alla libertà di provare e riprovare,
alla fiducia nella grazia che opera oltre noi.
Il terzo passaggio ha riportato tutti al cuore del Vangelo: le relazioni.
Come Maria di Magdala che riconosce Gesù solo quando si volta, anche noi dobbiamo cambiare direzione allo sguardo.
Dal fare tutto al fare l’essenziale.
Dalla velocità alla profondità.
Dall’abitudine alla reciprocità.
Ripartire dalle relazioni significa creare spazi dove le storie possano essere ascoltate.
Tutte le storie: quelle ferite, quelle in ricerca, quelle che non trovano parole.
Significa accettare la lentezza come ritmo della grazia, celebrare i piccoli passi, accompagnare senza forzare, ospitare le differenze come fantasia di Dio.
È nella trama quotidiana, ripetitiva, fedele, che il Vangelo prende corpo.
Da questa triplice conversione è nata una domanda decisiva:
che cosa significa essere annunciatori creativi oggi?
Annunciatori creativi sono uomini e donne toccati dalla grazia, e per questo “graziosi”, belli della bellezza stessa di Dio.
Sono persone libere dal bisogno di contare i risultati, capaci di stupore, aperte all’azione dello Spirito che soffia dove vuole.
Persone che non si accontentano del già detto, che cercano linguaggi nuovi senza tradire il Vangelo, che vivono ciò che annunciano.
Persone che aprono spazi, che generano possibilità, che custodiscono fedeltà.
Essere luce del mondo, allora, non significa brillare di luce propria, ma lasciar trasparire quella che ci abita.
Significa continuare l’opera di Gesù non con l’oro o l’argento, ma con ciò che siamo.
Come Pietro e Giovanni davanti allo storpio: non avevano nulla da offrire se non il nome di Cristo. E quel nome ha rimesso in piedi un uomo.
Forse è questo il compito più grande dei catechisti di oggi: far camminare.
Non perché hanno risposte perfette, ma perché custodiscono una luce che passa attraverso le crepe.
Una luce umile, concreta, quotidiana.
Una luce che non abbaglia, ma accompagna.
E allora sì, possiamo dirlo senza paura:
nel limite, siamo creature creative.
Nel limite, siamo già luce.
(Barbara G.)

