Una impronta che resta, un annuncio in speranza.

Una impronta che resta, un annuncio IN speranza. Sabato 19 luglio si è chiusa ad Asolo, presso la Casa di Spiritualità Santa Dorotea, una intensa settimana di formazione, in un clima di ascolto, condivisione e riflessione. Il corso, quest’anno si è centrato sul tema “Impronta che resta”.

Durante le giornate, parole chiave come “Ciò che resta”, “Restare”, “Alzati”, “Annunciare” e “Impronta” hanno scandito le attività e i momenti formativi. Queste parole hanno guidato i partecipanti in un percorso spirituale e pedagogico, aiutandoli a riflettere sul senso del loro ruolo e sulla profondità della missione evangelizzatrice.

Di particolare rilievo è stato il contributo del sociologo Luigi Berzano, che ha offerto una lettura provocatoria e profonda sullo stato attuale della spiritualità nella società contemporanea. Attraverso la sua analisi, Berzano ha esplorato i temi della crisi del significato, del nichilismo e della perdita del mistero, ponendo l’accento sulla necessità urgente di risignificare concetti fondamentali come Dio, Chiesa e preghiera, soprattutto per riavvicinare le nuove generazioni alla fede.

Il professore ha invitato a considerare Gesù non solo come figura divina, ma come giovane Rabbi della Galilea, inserito nel suo contesto umano, storico e sociale, un’immagine che può generare nuove risonanze emotive e riscoprire la bellezza della preghiera come spazio personale di incontro con il sacro.

Per chi annuncia il Vangelo, restare è  una scelta consapevole e feconda rimanere legati a Cristo, come tralci alla vite, per portare frutto. Solo nel legame vivo con Lui si genera un annuncio autentico, capace di nutrire il mondo.

La teologa Lucia Vantini, riflette su questo atto come gesto di radicamento e responsabilità. Restare è adesione, è relazione, è riconoscere che il nostro stare ha senso perché risuona nella fedeltà a un amore che ci precede.

Lucia, sottolinea l’importanza di una teologia che includa la voce femminile, Il restare per lei è anche rendere la Chiesa uno spazio di libertà, dove donne e uomini possano narrare la propria fede e diventare protagonisti.

In un tempo segnato dalla crisi, restare è un atto trasgressivo di speranza. E’ come ricorda Gesù: “Rimanete in me e io in voi” . La teologa Lucia Vantini ha coinvolto inoltre a riscoprire il “sacro “al di là delle forme tradizionali, lontano da strutture rigide e da un culto confinato agli spazi ecclesiali. Il sacro non è solo fatto di chiese, riti e monumenti ma è qualcosa di fragile, effimero, quotidiano. È nei fili d’erba, nelle rovine, nelle vite che resistono alla distruzione.

In un tempo dominato dalla paura, dalla diffidenza e dal controllo mediatico, Lucia denuncia il rischio di una cultura che anestetizza lo spirito e svuota la libertà. Al contrario, il Vangelo, nella sua incarnazione, ci mostra che Gesù sta con chi è ai margini, non giustifica, non risponde, ma ascolta e rimane. “È la porta attraverso cui si compie un ponte tra la storia personale e la storia collettiva”.

La riflessione si allarga alla necessità di una Comunità capace di custodire il sacro nella diversità, nella giustizia, nella libertà delle donne, degli esclusi, degli ultimi. Vantini riscopre nel Magnificat e nel cantico di Anna lo spazio materno come immaginario teologico, necessario a tradurre il cristianesimo oggi: una fede che si fa carne nella storia.

“Noi siamo ancora liberi” anche nel dolore, nella malattia, nei conflitti. E questa libertà ci permette di desiderare, creare ponti, miscelare il sacro alle vite. È l’invito a rimanere in Cristo, come gesto generativo e trasformativo.

Il verbo restare si è intrecciato a quello di alzarsi e di rimanere in speranza. La relazione a due voci del Prof Vincenzo Giorgio e di Enza Annunziata ci ha permesso di declinare questo verbo dentro i racconti di vita e la storia biblica di Elia.

Il filo narrativo si è annodato attorno alla metafora della corda, resa eloquente dalla parola alzàia, termine marinaresco che unisce il tirare e l’alzare: una tensione che non immobilizza, ma permette di rinascere e ripartire. Annunciare in speranza è questo: tenere saldo quel legame con ciò che dà direzione, anche quando la corrente sembra trascinare altrove.

La “consapevolezza della corda” come l’hanno chiamata i formatori è ciò che ci permette di restare saldi nel vuoto, di reggerci nella fragilità. È nei momenti in cui la presenza di Dio sembra lontana che possiamo scoprire il senso più profondo del legame,

C’è una corda che sostiene, ma anche tira verso l’alto. Come ci ricorda Erri De Luca, l’alzaia ci rimorchia lungo il fiume della vita, ci alza dalla precarietà, ci fa procedere. È in questo restare legati che ritroviamo l’annuncio del Vangelo, vivo e generativo.

Nei sette giorni, si è delineata la figura dell’ evangelizzatore che annuncia a partire dal CUORE. Una persona mossa da una necessità interiore di condividere l’annuncio con altri. Non lo fa per dovere, ma per esigenza spirituale, perché quell’annuncio lo ha toccato per primo. E solo abitando questo cuore comune, che l’annuncio diventa credibile, fecondo. Il suo cuore ricorda quello dell’opera “Icaro” di H.Matisse, un cuore simbolo di vitalità, attraversato dalla speranza che illumina anche il deserto più silenzioso.

In questa luce, l’annunciatore non è più soltanto messaggero, è “custode di un canto” guida di un passaggio, ponte tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare. Lo hanno comunicato e fatto sperimentare nella mattinata del 18 luglio altri membri dell’equipe (Vito, Filippo, M Teresa, Giovanni, Giancarla) nella relazione interattiva e a più voci, perché ci si forma attraverso un processo di condivisione e di scambio reciproco.

Ed è nel testo della una canzone composto da Vincenzo Giorgio in occasione di questo corso, “L’impronta che resta” che si celebra un messaggio che vibra di emozioni e colora di quella impronta che proviene dalla equipe dei formatori della scuola Susi Asolo e dai partecipanti.

“Di quello che sarai, l’impronta lascerai a chi incontrerai, che tu lo voglia o no”. Durante questi sette giorni il mettersi in gioco nei laboratori, nelle condivisioni, e nella vicinanza, hanno impresso nei cuori momenti speciali che hanno lasciato più che una impronta indelebile: amore e gratitudine.

(Barbara Galletti FI)

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